Fois, Murgia visioni sulla famiglia

imagesIl ciclo di Aperitivo letterario, selezionato dalla collaudata équipe Assessorato alla cultura-Biblioteca Comunale di Cattolica ed Emiliano Visconti (responsabile di Punto Einaudi Romagna), quest’anno ha trattato il tema «affari di famiglia», argomento di grande importanza in un’epoca che dimostra di aver dimenticato il valore del rispetto per le istituzioni in genere a partire da quella primaria, la famiglia.
Il libro Stirpe (Einaudi, 2012) di Marcello Fois presentato il 23 marzo, fa parte di una trilogia che narra la storia di più generazioni di un’intera famiglia.
Fois, scrittore, commediografo e sceneggiatore, vincitore di premi prestigiosi quali il Premio Super Grinzane Cavour ed il Premio Italo Calvino, nuorese orgoglioso come solo un sardo può essere, nell’introdurre la riflessione sul testo, riflette sul libro come luogo d’incontro, per riflettere, per discutere, per formarsi.
«Oggi scompaiono le librerie tradizionali – dice – un tempo luoghi d’incontro, è cambiato il modo di leggere, come è cambiata la società, la famiglia, la scuola. In tempi di cambiamento occorre ripensarsi senza rimpianti. Risolvere certi problemi essendo gente del nostro tempo può trasformare i problemi in opportunità.
In questo caso la disaffezione per le librerie ha portato l’editore presso il pubblico, e il pubblico a contatto con gli autori.»
Nel merito dell’opera, «parlare di famiglia in questo momento è un argomento impellente dal punto di vista letterario perché all’interno della famiglia si possono registrare e raccontare cambiamenti e generazioni che hanno istanze a cui occorre essere preparati per poter rispondere con linguaggi nuovi.
I ragazzi fanno domande importanti a cui bisogna rispondere in modo alto, adeguato.

Il mio romanzo parla della famiglia che era unita e molto presente, noi oggi abbiamo esiliato la vecchiaia, la sentiamo una specie di peccato originale. Noi vivevamo con i nonni in modo biologico: oggi i nonni sono oggetti, cose da tenere da parte e a cui si accede in modo diverso per i nipoti.
Da mio nonno avevo saputo quanto fosse stato duro crescere e vivere. Per i giovani d’oggi è inconcepibile tanta sofferenza e fatica, per me invece è stata una delle motivazioni a diventare scrittore.»
Per rendere il senso di questa distanza, Fois cita un incontro presso una scuola, in cui uno studente ha detto: «Lei ha dei problemi psicologici per descrivere tutte queste sfighe messe assieme!»
«Racconto la storia di tre generazioni, dal 1889 al 1943, segnata da due epidemie di spagnola (morirono trenta milioni di persone!). La morte era una presenza ordinaria, faceva parte del quotidiano, oggi le nuove generazioni provano ansia e panico di fronte alla morte: eppure, la letteratura ha il compito di riportare la coscienza sui fatti e sull’evoluzione della storia.»

MurgiaAll’incontro ha partecipato anche la scrittrice Michela Murgia, autrice di Accabadora (Einaudi, 2009, vincitore di tre prestigiosi premi) in cui il protagonista è la famiglia dell’anima, la storia di una famiglia in cui madre e figlia si adottano affettivamente in modo vicendevole. Murgia scrive della necessità di distruzione e demistificazione della famiglia tradizionale, luogo da cui allontanarsi per poter sviluppare la propria autonomia.
Secondo l’autrice si devono descrivere storie possibili di molte famiglie. L’idea che esista un unico modello di famiglia è distruttivo. Per Murgia, che parla di madri e non di padri, l’adozione nelle coppie gay può essere alternativa, né migliore né peggiore: ciò che è importante è l’amore non le tendenze sessuali delle persone.
Di tutt’altra idea, Fois afferma che la vera chance è nella conduzione normale e tradizionale della famiglia, che funziona quando è aperta, dialogante ed interlocutoria, capace di uscire dagli schemi, pur mantenendo la propria ossatura unitaria.
La famiglia Chironi – di cui Stirpe narra l’epopea – vive nella frustrazione e nel terrore di chi ha una famiglia unita e teme che possa essere messa in pericolo; sente il problema di doversi dimostrare famiglia tradizionale agli occhi della gente ma capisce che non è possibile chiudere il mare in un secchiello, perché è impossibile far coincidere il perbenismo con gli slanci del cuore. In Stirpe si delinea una famiglia perdente perché non ha sufficiente storia alla spalle di cui fare tesoro per poter sanare questa contraddizione (Michele Angelo è figlio adottivo): la famiglia Chironi capisce che l’unità della famiglia è in pericolo sia per il destino, che appare vieppiù già scritto dalla storia, sia per l’attacco che può arrivare dalla cerchia sociale che può essere distruttiva perché invidiosa del loro benessere, quindi si trova stretta tra il dover perpetrare quel modello socialmente codificato e il voler vivere tutto l’amore possibile secondo la propria indole senza tener conto delle regole sociali.
Nella famiglia si ricostruiscono nel silenzio tutte le relazioni: il libro descrive due tipi di silenzio, uno fatto di grande intimità ed un altro fatto di grande estraneità. Le persone hanno la necessità di riempire entrambi i tipi di silenzio, ma l’urlo può sempre prorompere improvviso, come quando Michele Angelo va a bruciare la vigna, frutto del suo lavoro e dei suoi risparmi, il terreno che lo ha emancipato come proprietario di una cosa tutta sua: brucia la vigna quando ritrovano i suoi due figli gemelli assassinati, fatti a pezzi e buttati in una tuppa per farli mangiare dai cinghiali, dopo che gli assassini gli avevano rubato le paghe che portavano agli operai della vigna.
Nella famiglia reale di Fois vi è vivace comunicativa ma nella coppia di Stirpe il silenzio è prezioso, bello, pacifico, perchè «uno si fa un bilancio, da vecchio, e si rende conto di quanto belle siano state quelle stagioni della vita che scorrevano silenziose.»
«Sei esattamente dove devi essere, accanto alla persona che ami. Dentro Stirpe i silenzi ci sono tutti e due; Michele Angelo e Mercede sono come i genitori di Fois, una famiglia totalmente tradizionale, si sono incontrati, sposati in modo rocambolesco, hanno vissuto insieme tutta la vita, amarsi, non parlarsi per disaccordo, non parlarsi per accordo, e le famiglie si mantengono anche con la forza di volontà» in cui «la violenza non ha alcuna possibilità di esistere.»
«Far quadrare il cerchio dipende anche dalla mia esperienza. La letteratura è una forma di elaborazione ma fino ad un certo punto: non è una terapia, una psicoscrittura pur descrivendo se stessi.
Nel libro ci sono parti che mi riguardano ma sono quelle che possono essere comuni con i lettori. Mia zia che di volta in volta si affida con grande confidenza e devozione ai Santi che lei ritiene più adatti alle circostanze (Santa Rita per le faccende dei matrimoni, mogli e casalinghe) mi considera per questo un delatore: “Anche tu ti metti a raccontare le nostre faccende come quell’asina della Deledda”.»
Il rapporto con il sacro, che in Fois è sempre presente, è di tipo talismanico, in cui molti riti derivano da quelli dionisiaci trasposti nella religione cristiana a conservazione della continuità identitaria delle comunità locali.
Il mondo si confronta col destino, esiste una traccia già scritta per la famiglia Chironi. I parenti sono importanti quando trasmettono il senso della sacralità delle devozioni, della gestualità rituale, del comico, di un rapporto quasi carnale con la divinità.
«Abbiamo delle categorie dentro che non sappiamo di applicare. Gli dei greci, Dio, Allah, Buddha, si sono incarnati, esiste una continuità tra presente e passato. Alcune culture hanno mantenuto questa modalità: per le feste dei morti ancora oggi in Barbagia con la Festa “Il bene delle anime” (“Su bene ‘e is animas”) o “Su mortu mortu”, antesignana di Halloween, si concepisce la morte come fatto normale, in stretta relazione con la vita, ma i giovani oggi non hanno più questa percezione.
Divertimento e riso non sono necessariamente collegati: di-vertire per i latini era anche cambiare punto di vista.»
L’epica del quotidiano che afferra e appassiona il lettore dall’inizio alla fine del libro, si sintetizza nel canto che Mercede sussurra mentre fa la sfoglia, contenente tutte le formule rituali per mettere al riparo la famiglia dall’invidia della gente e dai naufragi dei dolori che il destino ha scritto:
Non farti notare / non temere l’abisso / dona senza tornaconto, / parla sinceramente, / non essere ingiusto, / fai le cose con dedizione, / sii docile nelle avversità, indocile alle avversità.
È un mantra, una direzione di vita, contiene tutte le prescrizioni per affrontare disgrazie e buone novelle, dolori e gioie, ma soprattuto per salvarsi l’anima.
«È una storia inventata, ma anche vera. Appena posso la ricomincio da capo», conclude nel libro Marcello Fois.

Pubblicato su La Piazza, anno 17, n° 7, luglio 2013

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