Enia, spaccato di vita sociale

davide_enia290Sabato 16 marzo Davide Enia, palermitano, ha presentato il libro Così in terra, (Dalai, Padova) finalista Premio Strega 2012, venduto in 15 paesi prima dell’uscita in Italia. L’incontro è stato condotto da Emiliano Visconti, responsabile di Punto Einaudi Romagna, che grazie alla sua capacità affabulatoria ha generato interesse e dibattito tra il pubblico: promuovere le pubblicazioni insieme agli Autori anche nelle scuole per avvicinare gli studenti alla lettura e al dialogo con gli autori è una formula che sta riscuotendo un vivo successo.
Enia, autore pluripremiato (tra i tanti riconoscimenti ottenuti: premio UBU, premio Tondelli, premio ETI), attore, drammaturgo, conduttore per RAI Radio 2, è uno dei massimi esponenti del teatro di narrazione; in Romagna ha partecipato al Festival di Santarcangelo, e, nel 2003, ha vinto con Scanna il Premio Riccione per il Teatro.
Così in terra descrive la storia di una famiglia, quella di Davidù, orfano del padre pugile Paladino, allevato dallo zio Umbertino e dal nonno Rosario, uomo di poche ma ponderose parole il cui pianto è capace di sconvolgere il nipote: il ragazzo non sapeva che anche i vecchi piangono.
Una storia di cinquant’anni – dal 1942 al 1992 – che si intreccia con quella di Palermo, dalla guerra fino alla strage di Capaci, alla soglia della quale il romanzo si ferma.
Uno spaccato di vita sociale e di storia italiana, di attentati mafiosi (Palermo viaggiava ad una media di tre omicidi al giorno – racconta Enia al suo pubblico attento), di miseria, di caparbietà nel sollevarsi dall’odore di piscio e dalla tragedia che incombe sulle vite dei palermitani.
Storie di vita narrate con intrecci di parole trascritte dal dialetto siciliano che danno profondità e, nello stesso tempo, leggerezza alla narrazione.
La storia della famiglia di pugili, di cui scrive Enia («E cosa scrivono queste parole di pugni e finte?» «La storia della mia famiglia.»), registra momenti divertenti e dialoghi di argute strategie elaborate per vincere gli incontri di boxe e piazzare il campione della palestra.
Storie di donne: della madre Zinù, della nonna Provvidenza che insegnava a tradimento il latino a Davidù, il Poeta salito sul ring a nove anni, della bella Nina dalla bocca «di gelso / lei che mi prende le dita insanguinate / le porta alle labbra / le bacia / una per una / si chiama Nina / è il mio amore», della Buttana Imperiale…
Una storia epica di pugilato, dunque una metafora della vita. Il pugilato insegna che ci si deve allenare duramente ogni giorno; che la storia epica di famiglia porta scritto dentro il sentimento, «come il primo bacio che diamo a dodici anni: ti lascerà il segno. Nel pugilato c’è disciplina; c’è odio, un odio tanto puro come l’amore, il pugilato è giocare il terreno condiviso del corpo.»
«I pugni fanno male, non c’è altro da imparare, il pugno nasce dalle gambe, vince chi colpisce prima. Se la vita può farti male – e fa male – è meglio imparare una grammatica di finte e pugni.»
Degli inframmezzamenti dialettali Enia dice che lui pensa in dialetto, che i pensieri in dialetto non passano con la stessa forza nell’italiano, lingua troppo giovane per poter descrivere il desiderio d’amore che monta col sangue fino alla testa: il dialetto ha una sua maniera molto forte per dare il senso delle cose.

La vita si vive ad attimi – afferma concludendo l’incontro – il dolore si vive con pienezza come l’amore. Noi adulti dovremmo ritornare a studiare la purezza dei sentimenti dei bambini, che invece irreggimentiamo e mortifichiamo con l’educazione, impedendogli di vivere la pienezza dei sentimenti nella loro estensione. Dai bambini dovremmo re-imparare a rendere il quotidiano un sogno vissuto ad occhi aperti.

Pubblicato su La Piazza, anno 17, n° 6, giugno 2013

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