Albertina Santi Baffè, L’eccidio alle case Baffè-Foletti di Massa Lombarda

Raccontano che quella mattina sulla campagna era calata la nebbia come sempre accade all’inizio dell’autunno. Ireneo Borghi si era alzato di buon’ora per andare dai Baffè a comprare l’uva per il vino che, nonostante la guerra, non rinunciava a mettere in cantina. Per la stessa ragione Augusto Maregatti aveva inforcato la bicicletta e si era diretto verso la casa dei Baffè. L’uno e l’altro non sapevano che nella zona era in corso un rastrellamento e che non molto lontano c’era stato uno scontro a fuoco con un gruppo di partigiani, uno dei quali era stato colpito a morte. Soprattutto non sapevano che attorno alle case Baffè e Foletti i soldati tedeschi e i repubblichini delle “brigate nere” avevano stretto un cerchio di fuoco e di violenza terrificante dentro il quale ambedue sarebbero imprevedibilmente finiti.
Maregatti pagò con la vita la casuale presenza in quel luogo. Ireneo Borghi si salvò fortunosamente ma non potè mai più dimenticare quel giorno d’inferno.
La strage del 17 ottobre 1944 alle case Baffè e Foletti è fra le più sconvolgenti fra le molte avvenute durante la lotta di liberazione. Probabilmente per i tedeschi si trattava di compiere una delle tante azioni di repressione anti-partigiana. Per i fascisti del luogo c’era invece qualcosa di più: c’era il proposito di farla finita una volta per tutte con Giuseppe “Pippo” Baffè, comunista durante il ventennio e ora anche animatore della Resistenza e di “chiudere i conti” anche con sua famiglia che non aveva mai abbassato la testa di fronte alla dittatura mussoliniana. Infine, si voleva distruggere quella casa che era sempre stato un covo di sovversivi, luogo d’incontro di antifascisti e di partigiani, quindi un simbolo da abbattere. Si doveva dare un colpo alla Resistenza che in quel momento era particolarmente attiva e incutere terrore fra la popolazione. Una spiata aveva informato che “Pippo” era stato visto da quelle parti. Forse era la volta buona!

A rileggere le cronache e le testimonianze di quel giorno sembra che proprio questo fosse il piano d’azione che vide nelle prime ore del mattino la casa circondata dai tedeschi e dai fascisti e nelle ore seguenti un succedersi di atti di inaudita crudeltà. C’è un dato che conferma questa volontà distruttiva, questo proposito di vendetta: è il cartello che uno dei fascisti massesi, forse il più fanatico e sanguinario, scrisse in lingua italiana e tedesca e affisse alla casa dei Baffè: ”Qui abitava una famiglia di partigiani e di assassini / Hier wohnte eine familie von partisan und verbrecher”. “Abitava”: ora non più! Così l’odio che da tanto tempo covava nell’animo dei fascisti esplose nel modo più bestiale.

Morire è morire: ma quello che successe quel giorno è cosa che va oltre il segno della morte, qualcosa che è difficile descrivere. Morirono dieci della famiglia Baffè, la casa venne incendiata e distrutta, i corpi seviziati vennero gettati fra le rovine fumanti. Non paghi di tanto sangue fascisti e nazifascisti passarono alla casa accanto, quella dei Foletti, e continuarono nel massacro. Morirono ventitre persone: oltre ai Baffè, i quattro fratelli Foletti e altre nove vittime presenti con loro nelle case come collaboratori agricoli o presi a caso come il povero Augusto Maregatti, compratore di uve per il vino di casa.

Annunciata Foletti era riuscita a sfuggire al rastrellamento e più tardi, rimasta chiusa in casa, attraverso le persiane socchiuse aveva visto ciò che accadeva sull’aia dei Baffè. Nella testimonianza resa davanti al Tribunale di Ravenna nel processo del 4 – 5 marzo 1947 contro i fascisti della “brigata nera” di Massa Lombarda, ebbe a ricordare che i componenti della famiglia Baffè, più parecchi sfollati, erano stati raggruppati di fronte alla casa: presentavano i segni delle botte che avevano subito quando, in precedenza, li avevano portati in paese con un camion. I soldati tedeschi e i briganti neri li insultavano e compivano su di loro ogni sorta di violenza e sevizie. Poi vide che venivano scelti uno alla volta, portati sulla soglia dell’abitazione e fucilati con raffiche di mitra. A dare le indicazioni delle persone da uccidere erano i brigatisti neri. Restò sgomenta quando vide la “Lalla” cadere fra le braccia di suo padre “Pippo”. E vide due ragazzi prelevati dal gruppo e costretti con bastonate a fare degli scavi sotto la porta di casa dove sarebbe stato collocato il tritolo. L’esplosione fece crollare l’edificio in parte sui cadaveri. L’incendio fece il resto. Poi la violenza dei nazifascisti si scatenò sulla sua casa. “Vennero in casa mia, volevano mangiare e chiedevano il vino migliore…. Poi andarono in fondo al podere a prelevare i miei familiari e il garzone. Li portarono nel cortile: volevano che dicessero dov’erano partigiani. Loro non rispondevano, forse non sapevano e se qualcuno sapeva taceva. Erano furenti.

Li minacciavano e li colpivano, poi vennero allineati con la schiena contro la porta della stalla… Venne incendiato il fienile sopra di loro e vennero falciati a raffiche di mitra. Spararono tedeschi e fascisti. Morirono anche i due ragazzi che erano stati costretti a scavare le buche per gli esplosivi nella casa dei Baffè. Mio zio, Giuseppe Foletti, di novant’anni era rimasto in casa nascosto: venne trovato e portato fuori. Alla vista del massacro tentò di inveire ma uno di quei delinquenti lo infilò in cima ad un forcale e lo buttò vivo in mezzo alle fiamme dove morì orrendamente”.

Così andarono le cose quel giorno di ottobre del 1944 alle case Baffè e Foletti.
Per due giorni la nebbia e la pioggia calarono sulle rovine fumanti e su quei corpi martoriati. Toccò ad Albertina – testimone di quel massacro dal quale si salvò per puro caso – riconoscere i suoi cari.
Di quella tragedia Albertina Baffè Santi ci ha consegnato una testimonianza poetica di altissimo valore civile ed umano, oltre che letterario, nella quale il dolore e la sofferenza si accompagnano alla condanna della guerra e contemporaneamente ad un forte messaggio di amore e di speranza nella vita. (Poesie di Albertina, Ed. Vangelista, 1993).

A mia sorella morta

Tante volte
Arrivavi
All’improvviso:
“Avevo voglia
Di vedere
I tuoi bambini”
Oh, se tu potessi mai
Venire
Una volta sola
Una volta sola
Lalla
All’improvviso

Gli anni di mia madre

Mia madre
È vissuta
Settantotto anni
Ma morì
Che ne aveva
Cinquanta
Il giorno
In cui uccisero
Mio padre
E mia sorella.

La morte nel cortile

C’era il prete
C’era il dottore,
c’erano non so quali autorità
del paese.
I fascisti e i tedeschi
Se n’erano andati.
Dovevo
Riconoscere
I miei morti
Prima della sepoltura.
Erano stesi nel cortile
Della casa bruciata.
Erano tutti nudi
Con la pelle raggrinzita
E annerita
Dal fuoco.
Erano tutti uguali
Senza volto
E senza sesso.
Soltanto mio padre
Era mio padre
Vestito
E quasi intatto
La tempia destra
E il cuore
Colpiti
Dalle pallottole.
Accanto a lui
Un troncone di gamba
Col piede ancora alzato
Un capo di ricci
Ma senza volto
Era mia sorella!

I Nazifascisti

Venivano all’alba
Coi mitra spianati,
bussavano forte agli usci
e urlavano nella loro lingua sinistra.
I marciapiedi e i cortili
Mandavano echi paurosi
Dei loro stivali ferrati
Dei calci dei fucili
delle mitragliatrici appostate
Nei letti e nei rifugi
Le donne cominciavano a piangere.
Ero sola
Sola in quel silenzio
Di tomba.
La casa bruciata
La stalla crollata
Le mucche
E le galline sparite
Il mosto gocciolava
Da un carro pieno d’uva.
Il cuore mi batteva
Fino a scoppiare
Non riuscivo a piangere.
Di fianco alla stalla
In un rifugio
Col corredo di tutte le giovani
E della famiglia
Non c’è più nessuno
Tutti morti, tutti sepolti
Sotto le macerie.
Vidi una mano
Sbucare fra le pietre
Cominciai
A togliere i calcinacci.
Arrivarono i tedeschi
E i fascisti.
Mi arrestai.

About these ads

2 commenti

Archiviato in 25 aprile, A. N. P. I., Italia, Liberazione, Memoria, Resistenza

2 risposte a “Albertina Santi Baffè, L’eccidio alle case Baffè-Foletti di Massa Lombarda

  1. Marina

    vorrei che i responsabili di queste porcherie fossero stati ammazzati, anche dopola fine del conflitto, perchè no? troppo comodo dire “gambo” e scurdamoci il passato.
    A.M.

    • Patrizia Mascarucci

      La morte porta altra morte. Il Tribunale dell’Aia si occupa di processare i nazisti responsabili. Penso che occorra tenere alta l’attenzione difendendo la Costituzione e la democrazia, opponendosi ad ogni forma di violenza verbale e materiale messa in atto contro la dignità delle persone. Solo con la democrazia e la conseguente condanna di tutti i fatti violenti difendi la pace ed impedisci atti di male estremo.
      Grazie del commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...